Toscana. Distretti industriali

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Su il Sole 24 ore di oggi 21 marzo 2006 trovo un'ampio reportage sullo stato dei distretti industriali. Mi accorgo che il riquadro sulla Toscana segnala una situazione di forte difficoltà, a differenza di quasi tutte le altre regioni. Ecco il testo:

In un quadro di crescita delle aree circostanti, la Toscana è stata l'unica Regione dell'Italia centrale a registrare un calo dell'occupazione nei distretti. Secondo i dati Istat, dal 1991 al 2001 l'occupazione manifatturiera regionale è diminuita del 14%, mentre quella complessiva dei distretti è scesa del 6,4 per cento. Tutto questo mentre i distretti di Marche, Umbria e Lazio hanno visto crescere sia l'occupazione complessiva sia quella manifatturiera. Unica eccezione, rileva l'Istituto nazionale di statistica, il distretto tessile di Prato (+2,3% i posti di lavoro nelle manifatture, + 11 % quelli generali), che oggi secondo la guida «Distrettltalia» conta 7 .850 aziende, quasi 48mila occupati e un fatturato annuo di 4,7 miliardi di euro. In Toscana l'lstat ha individuato 15 distretti: cinque nel settore tessile e dell'abbigliamento, quattro in quello delle pelli, del cuoio e delle calzature, tre nella produzione di beni per la casa, due nel campo dell'oreficeria e degli strumenti musicali e uno nel settore della cartotecnica. Un sistema produttivo che copre quasi tutti i settori classici del made in Italy. Tra i maggiori distretti, «Distrettltalia» indica quello dell'abbigliamento di Empoli (quasi 900 imprese e 7mila occupati), il distretto calzaturiero di Lucca (1,9 miliardi di fatturato, con il 20% circa di esportazioni), il distretto del mobile di Poggibonsi (1.300 imprese e un fatturato di 490 milioni) e il distretto conciario e calzaturiero di Santa Croce sull'Arno (900 aziende in un raggio di 10 chilometri, con 2 miliardi di fatturato). Un caso interessante è il distretto del cuoio e delle calzature di Castelfiorentino, circa 2.200 occupati nell'area tra Empoli e Firenze, per il quale «Distrettltalia» traccia un bilancio recente. Nel 2004 il fatturato complessivo è sceso del 9,4% e gli addetti sono diminuiti del 5,3%, mentre nei primi sei mesi del 2005 i ricavi sono calati di un altro 7,6 per cento. Come dire: il sistema soffre nelle lavorazioni ad alta intensità di manodopera e a bassa tecnologia, dove è più difficile reggere la concorrenza dei Paesi in cui il lavoro costa di meno.

Insomma, diciamo che peggio di così non potrebbe andare. Da queste poche cifre emerge che non si è saputo diversificare abbastanza i prodotti da far emergere la componente di qualità, l'unica in grado di annullare l'effetto dell'alta componente dei costi in lavoro, che non si sono raggiunte dimensioni adatte alle sfide della concorrenza globale, che non si sono prese contromisure rispetto alla mutata dimensione monetaria italiana con l'euro. Fin qui niente di nuovo o di particolarmente originale. Spesso i distretti e anche quelli toscani hanno reagito con minore tempestività del dovuto alle sollecitazioni dei mercati. Ma adesso è forse necessaria una riflessione ulteriore perché i distretti non sono un'unica impresa, sono un tutt'uno con il tessuto sociale e concorrono a definirlo e delinearlo. Sentiamo in proposito chi di distretti se ne intende davvero, il prof. Giacomo Becattini, sempre sul Sole di oggi.

La spiegazione della specializzazione di un dato gruppo umano eccede le competenze dell'economista e appartiene alla sfera della storia integrale à la Braudel. Ebbene, per me, solo questo secondo tipo di analisi ci porta al vero distretto industriale. Questo modo di impostare il problema ci consente, a mio avviso, di capire il successo generale della letteratura sui distretti industriali e, insieme, la sua difficoltà di affermazione sul piano strettamente economico. Perché, a esempio, ci accorgiamo che l'angolo più completo di osservazione non è quello della localizzazione delle industrie né, a rigore, quello dell'evoluzione dei luoghi. L'oggetto vero dell'indagine sono gli imprenditori di successo, per lo più piccoli all'inizio, i quali condensano, per dir così, le caratteristiche delle comunità di cui fanno parte. il contenitore della loro attività è sì, giuridicamente, un'impresa, ma la forza attiva, che li muove, più che la massimizzazione del ricavo, è un progetto di vita; un progetto di vita, aggiungo, pregno dello spirito del luogo. Ci si muove, cioè, in un terreno intermedio fra l'analisi economica e la storia sociale. Su questo terreno che cosa emerge? Emerge la grande mobilità sociale dei distretti. Qui fra l'imprenditore e il lavoratore dipendente non c'è il fosso che divide gli Agnelli da un operaio Fiat. Qui ognuno conosce esempi di lavoratori che hanno tentato, con varia fortuna, l'avventura imprenditoriale. È questa mobilità sociale, che consente un miglior adattamento delle capacità individuali alle possibilità d'impiego, a determinare, in definitiva, il vantaggio competitivo della forma distretto. Un vantaggio competitivo doppiamente importante per l'Italia, perché copre il deficit della bilancia dei pagamenti e, insieme, garantisce la coesione sociale di una vasta parte del Paese.

Senza voler apparire profeti di facili sventure, rapidamente smentiti da insperate riprese, non è forse il caso di domandarsi se nella nostrta regione stia cominciando a difettare proprio la componente sociale di quel complicato amalgama che distingue l'economia dei distretti industriali? Non sarà che le dinamiche piuttosto statiche, ed a volte francamente conservatrici, che si possono notare nella vita politica, in quella sociale, nelle scelte amministrative, ancorché tutte orientate verso la sinistra politica, stiano ormai determinando anche l'incapacità dei distretti a ricollocarsi nelle dinamiche economiche? Da un lato la coesione sociale è messa a dura prova, specialmente in tematiche attinenti l'ambiente, con la diffusione spropositata della sindrome Nimby, o con la radicalizzazione del confronto politico. Dall'altro emergono con sempre maggiore evidenza le carenze di un ceto dirigente, nella politica e nell'economia, non selezionato da battaglie e confronti ma cooptato per censo o per fedeltà nei circoli decisionali. Tutto questo non può non ripercuotersi sulla dinamicità delle imprese, in un territorio che soffre di carenze infrastrutturali (e quella aeroportuale è solo la barzelletta che racconta più di tante inchieste), in un assetto declinante delle strutture formative, in una mancanza di progettualità, e di voglia di sfidare il nuovo, che abbaglia. Nel silenzio assordante sulle dinamiche demografiche, nella povertà delle proposte culturali, nella miseria del confronto civile. Come sempre, nell'imminenza di scadenze elettorali, mi preoccupo anche se dovesse vincere la parte che sostengo, perché mi sembra che, nell'auspicato caso, vengano meno gli elementi di critica e lo stimolo ad innovare, nei comportamenti e nelle proposte, di cui tanto si sente il bisogno.

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